giovedì 21 agosto 2008

In Calabria golf gratis ad altissimi livelli



CETRARO (COSENZA) - Piccoli golfisti crescono. E lo fanno guidati da alcuni dei più importanti professionisti italiani. È iniziata lunedì scorso e si è chiusa giovedì 21 agosto la quarta edizione del Corso Fig Calabria organizzato dal Golf Club San Michele, guidato dal presidente Giorgio Petracca e dal delegato regionale della federazione italiana golf Mario Marra.


Quaranta ragazzi di età compresa tra i 5 e i 18 anni provenienti da tutta la Calabria e dalla Sicilia si sono alternati tra campo pratica, pitching green e putting green del campo cetrarese per tirare i primi colpi oppure migliorare il proprio gioco. A seguirli uno staff di maestri di prestigio, composto da Roberto Bernardini, grande campione degli anni Sessanta e Settanta, attualmente maestro del prestigioso Golf Club Acquasanta di Roma, Marco Bernardini, di recente vincitore del 69esimo Campionato nazionale open all’Argentario Golf Resort, Luca Bernardini, maestro del Golf Club Acquasanta, Gaetano Macciocchi, primo maestro del Golf Club Ferrara, Gianluca Crespi, responsabile della federazione italiana golf per le attività giovanili, e Giuseppe Marra, primo maestro del Golf Club le Madonie di Cefalù, in provincia di Palermo. Al corso ha partecipato anche la campionessa italiana under 12 Ludovica Farina.


La kermesse golfistica cetrarese, completamente gratuita, ha avuto un’appendice venerdì mattina con la gara giovanile valida per il ranking nazionale, seguita nel pomeriggio dalla ProAm, torneo finale aperto a tutti i ragazzi che hanno partecipato al corso. La formula prevede team composti da un professionista e tre dilettanti.


“Il golf – spiega Mario Marra, delegato regionale calabrese della Fig – è una disciplina sportiva molto indicata per i giovani. Li aiuta a sviluppare un rapporto positivo con l’ambiente circostante e permette loro di allenare la mente, oltre che il fisico. Il golf è uno sport fatto di tecnica e di resistenza, certo, ma anche di grande capacità di concentrazione e di autocontrollo. Aspetti fondamentali per la formazione dei più piccoli dentro e fuori dai green. Anche per questo abbiamo voluto dare ai giovani calabresi in particolare, ma anche agli ospiti siciliani, l’opportunità di essere seguiti gratuitamente da alcuni dei più importanti maestri di golf italiani. Per loro è stata un’occasione davvero unica”.


In questo lembo di Calabria tirrenica si viene per mille motivi. Per gli spettacolari tramonti rossi dietro la torre di Rienzo. Per passare in appena 10 minuti dalla battigia del mare di Lampetia al bordo del Lago dei due uomini, lassù in montagna. Per scoprire sapori forti. Ma in pochi sanno che si può venire anche per giocare a golf. Il campo del Club San Michele è un nove buche par 35 (il numero di colpi ideale per concludere il giro) lungo 2.564 metri, con tante insidie, in grado di impegnare anche i più bravi. “Da qualche anno – spiega ancora Marra – il golf è diventato un importante volano di crescita turistica per molti Paesi europei, ma anche africani. Spagna e Marocco, ad esempio, stanno costruendo attorno ai green una remunerativa industria turistica. In Calabria ancora non siamo ancora riusciti a comprendere appieno le potenzialità di questo sport che mette insieme vita all’aria aperta, attività fisica e qualità della vita”. Un monito, più che un invito, per la classe dirigente calabrese, politica ma non solo.


La stagione 2008 del Golf Club San Michele non finiscono qui. Il programma di iniziative e di eventi è ancora molto ricco. Il circolo è attivo dal 1982 e conta attualmente su 120 soci circa, di cui una trentina sono giovani e giovanissimi che pagano una quota simbolica.

mercoledì 20 agosto 2008

Inciampano su Ciampa

di Giorgio Franco

A Cetraro, terzo piano Palazzo del trono, ha esposto Marcello Ciampa, pittore di lungo corso, che ha utilizzato i colori e la tela per stabilire un contatto con la realtà che reclama con insofferenza sollecite risposte. Il tema delle nuove produzioni ha per titolo “il pentito” e la tela cui esso fa da riferimento troneggia nella parte centrale della mostra con un emblematico volto umano illuminato in una sola parte di esso da un fascio di luce che ne evidenzia mento, labbra, naso e guancia sinistra; un occhio solo vede e una parte della calotta cranica è avvolta in un informe cappuccio che deforma i lineamenti della persona e le linee del dipinto. Si pente chi vede solo una parte del tutto? E’ il “pentito” avvolto in una fascia che ne impedisce l’evidenziazione del creato? Rappresenta il quadro chi oramai ha visto ed inteso e vedrà ancora di più, mano a mano che il fascio di luce lo illuminerà?
Da questi interrogativi Ciampa passa a dare forma artistica ad una visione originale ed emozionante del vivere, e forse convivere con il creato.
Ogni tela ha un titolo: la scelta dell’artista è in linea con chi ha voluto indicare alle sue opere strade e percorsi interpretativi che ad una lettura immediata sarebbero sfuggiti: titolare le proprie creazioni significa per un artista offrir loro una vita che non si circoscriva all’immediato, ma aspira a varcare i limiti spazio-temporali. Il particolare che diventa emblematico di un intero progetto e ne enfatizza oltre che limitarne l’estensione, si nota in “jeans”, “ciotola”, “aquilone”, “lume di strada”, “tacco mortale”. L’artista parte da un elemento per allargare la contaminazione al tutto ed inserirla in quella ricerca d’assoluto che l’accoppiamento cromatico, la proporzionalità dei volumi, le ansie di risposta, gli impongono. Quando la tematica si indirizza sul soggetto umano, “la sposa”, “l’imperatrice”, “lo sposo”, “indifesa”, “marylin”, l’elemento antropologico diviene pre-testo per indagini ed esami che conducano attraverso la stratificazione delle forme mediante cubi-fasci di luce-accoppiamenti cromatici, ad un’identificazione inconsueta e straniante: le pallettes della sposa, la cravatta dello sposo, la parte superiore del viso di Marylin, il ventre ingravidato dell’indifesa, costituiscono elementi di avvio, cui seguono divagazioni, ammiccamenti, missaggi, che danno il segno del valore creativo di questo pittore non adeguatamente valorizzato del nostro territorio. Un settore altamente significativo della mostra raccoglie un’autoanalisi del pittore, consapevole che le armi di cui dispone e che gli servono per trascrivere la realtà, sono di legno, come al legno si è dedicata gran parte della sua produzione del recente passato; bello è quel filo di lana che non riesce ad assurgere a sagoma umana o quel “fiori di campo” che, sradicato dall’anonimato della sua esistenza, formalizza una bellezza virginale osannata da una coreografia di giallo, la quale, dosata con perizia e abilità dall’artista, riesce a garantire un’aria aurorale e mistica alla creatura femminile. C’è infine “bitume”, un’opera che sintetizza il lungo processo che ha portato l’artista all’allestimento della mostra: la lezione del Cubismo che ha utilizzato geometrie cromatiche triangolari per evidenziare le nuove prospettive dello sguardo cui ci ha abituato Picasso, la lezione di Dalì che ricorre alla convivenza inedita tra oggetti e loro periferie dilatate da cromatismi inesplorati. Non manca la carnalità delle icone religiose, che hanno restituito al sacro la sua vera dimensione terrena, desunta dai vangeli apocrifi e giunta a noi attraverso una lunga tradizione culturale che vede la Yourcenar accanto a Fo, entrambi premi Nobel : essa si collega ad un Cristianesimo umanistico che ha registrato nei secoli la presenza di grandi figure di intellettuali, insoddisfatte del diaframma frapposto dalle gerarchie secolari tra l’umano ed il divino, tra una Maria, come ci hanno spiegato i Mariologi, sull’orlo di una lapidazione per il suo ventre ingravidato ed una Maria eterea e celestiale, figura angelica che supera la sua terreneità, senza però negarla. Ciampa si è cimentato coraggiosamente con tale problematica, non dimentico della lezione del Caravaggio, che, per umanizzare le sue eroine, osannate e santificate da una Chiesa postridentina che le aveva, però, sradicate da un contesto di umanità sofferente e vitale, ne contornò lineamenti ed atteggiamenti copiandoli da modelle “plebee”. La mostra di Ciampa è un ulteriore tassello da incastonare nella ricerca cui l’artista si sta dedicando per scoprire ed evidenziare una realtà che non è facilmente decifrabile a causa della sua misteriosa complessità. E’ riuscito il pittore cetrarese a semplificare l’inestricabile? Lui ha lanciato una pietra nello stagno, ha abbozzato un sentiero, resta a chi legge-visita-fruisce, rispondere- argomentare-collegarsi. Se oggi ha senso creare-produrre-inventare scoprire, forse la via giusta è quella della provocazione innovativa. Perché altri raccolgano il testimone. Altrimenti è silenzio.( Calabria Ora 20 agosto 2008)

lunedì 18 agosto 2008

UN FUTURO RICCO DI DONI

Brevi riflessioni a margine del libro di Luigi Leporini “Non c’era una volta”
di Rosa Randazzo



La globalizzazione.Circolano liberamente merci e denaro, persone, progetti di vita, anime e cuori.
Il denaro circola sui fili del cyberspazio, un non luogo, arricchisce i pochi, impoverisce i più.
Le persone circolano liberamene sui luoghi e i luoghi perdono. Perdono i luoghi della loro terra, della loro città, del loro paese, del loro villaggio, della loro capanna, del loro grattacielo, dell’appartamento nel loro condominio…
I luoghi e i profumi dell’infanzia, che ti rimangono attaccati alla pelle per sempre e che rendono i luoghi riconoscibili, riconoscibili gli odori, riconoscibili i momenti di gioia e di dolore, i momenti feriali e quelli festivi, riconoscibile il mutare dei luoghi e delle persone, dei profumi e degli eventi.
Lo smarrimento del luogo, del genius loci di latina memoria, è lo smarrimento dell’uomo e della sua identità.
La globalizzazione non si può fermare, non si può dire ‘fermate il mondo voglio scendere’.
Bisogna neutralizzarla.
Chi ha smarrito i propri luoghi,deve cogliere, deve appropriarsi dei luoghi che lo accolgono,deve sentire lo spirito dei luoghi se non vuole perdersi, deve annodare i fili che legano l’uomo all’ambiente, agli odori, ai ricordi dei luoghi che l’accolgono. Deve rubarli. Deve divenire ladro, ladro dei luoghi, se non vuole smarrirsi.
L’ho letto tutto d’un fiato il libro di Luigi Leporini. Io, “forestiera” a Cetraro, l’ho accolto come un dono. L’autore mi ha offerto lo spirito dei luoghi attraverso pagine scritte con un linguaggio agile e piacevole, senza ricercatezze forzate.
Sono i luoghi che da più di 30 anni sono anche i miei e che non possiedo pienamente perché i miei luoghi, i luoghi della mia infanzia sono altrove. Sono altrove i luoghi che ti rimangono attaccati addosso come una seconda pelle.
E’ un diario avventuroso quello di Leporini, un diario nudo ma non distaccato di un passato che continua nel presente, di un tempo che altalena tra passato e presente.
Rappresentazioni frescamente epiche, confessioni sincere e talvolta demitizzanti di eventi, di istituzioni e di persone che Cetraro e il Leporini stesso, per certi versi hanno mitizzato.
Un passato non idealizzato, non un eden perduto in cui rifugiarsi e in cui arroccarsi ma un luogo della memoria da restituire al presente perché sull’ieri e sull’oggi si costruisca il futuro. Un futuro ricco di doni, è la speranza dell’autore, che non cade mai in maniera stucchevole nel rimpianto per il passato, ma che del passato coglie il bene ed il male, il bello ed il brutto.
Hanno preso vita davanti ai miei occhi figure ben delineate di uomini e donne, poveri e ricchi, padri di uomini e di donne che oggi ben conosciamo, figure di amici e colleghi fotografati dal punto di vista dell’autore ma che sono documenti di un’epoca, di un pezzo di storia di Cetraro, in un determinato momento della Storia.
Ed ecco che saporite e fresche rappresentazioni parlano di incontri proficui tra giovanetti ed adulti, di avventure giovanili, di insegnanti ammirati ma non idealizzati, anzi colti nelle loro debolezze, di oggetti quotidiani che sono parte della vita pulsante delle famiglie, non freddi oggetti estranei ed estranianti, simbolo dell'alienazione delle nostre case sempre più asettiche, sempre più isole, e di rapporti umani sempre più sfilacciati.

domenica 10 agosto 2008

Cinema in Riviera

Il 22 agosto alle ore 21.00 a Cetraro nei giardini di Palazzo Del Trono si svolgerà la quarta edizione del Festival dei corti Riviera dei Cedri.
Nel corso della serata, coordinata da Mirella Mannarino, saranno conferiti riconoscimenti speciali all’Istituto comprensivo di Castel Maggiore per il corto Vero coraggio, all’AIAS sezione di Cetraro e al regista Daniele Cribari per il mediometraggio Cosenza 228\2003, al regista Francesco Tricoli per il corto Il battito del perdono e al regista Daniele Maltese per il corto La nebbia.
Saranno proiettati in anteprima tre corti di animazione stranieri in concorso al Premio Simona Gesmundo, che si terrà il 25 ottobre a Cetraro.
Sono previsti gli interventi del sindaco di Cetraro Giuseppe Aieta, del presidente del Laboratorio Losardo Gaetano Bencivinni e dell’assessore provinciale di Cosenza Rachele Grosso Ciponte.

mercoledì 9 luglio 2008

Passi lievi di giganti al 51° Festival dei due Mondi di Spoleto

di Matilde Tortora

Passi lievi di giganti sul red carpet, che non è certo un tappeto rosso, ma un’intera città, la Spoleto della 51° Edizione del Festival, di nuovo divenuto da quest’anno dei due Mondi, Edizione opera del suo nuovo Direttore artistico e Presidente, il regista Giorgio Ferrara: è possibile, come ai suoi tempi d’oro, fare un tratto a piedi assieme a loro, quel tratto nelle stradine suggestive, il tempo occorrente a introdursi là dove si vedranno le loro opere mirabili, il meglio della cultura mondiale. L’opera da tre soldi, con la regia di Bob Wilson al Teatro Nuovo: un capolavoro, una trasposizione teatrale per immagini audaci del celeberrimo testo di Brecht, che accende di luci rotanti da luna-park e di chiaroscuri da cinema muto l’opera brechtiana, e rende in immagini icastiche eppure intensamente dinamiche il pensiero dell’autore, una per tutte, il protagonista che messo in gattabuia, aziona le sbarre percorse una per una da una luce come una ferita aggiunta a ferita, come fossero potenziali strumenti musicali, Mackie Messer mentre agogna la liberazione, suona con le gambe e le braccia le sbarre che lo imprigionano, tre ore di una luminosa geometria di immagini, i musicisti del Berliner Ensemble, uno spettacolo di una sensualità alla Pabst e da sperimentatore eccelso che tutto convoglia, ancora una volta, vaudeville, cabaret, cinema muto, arti figurative e la moderna virtualilità nel suo teatro totale.
Nel mentre alla Chiesa di S. Simone Luca Ronconi con le sue Lezioni, t’immette nel suo laboratorio creativo, ti fa toccare con mano quali sono o dovrebbero essere le immagini da cui far scaturire le parole per ciascun dei dodici giovani attori, che vanno a recitare parti da opere di Ibsen.
Il giorno innanzi l’attrice francese Judith Magre, nell’ Histoire d’hommes, si conferma al teatro Caio Melisso sempre più l’epigona d’oggi di Sarah Bernardt, in questo testo, scritto appositamente per lei dal drammaturgo Xavier Durringer, Ella vibra e risuona di parole che scolpiscono una serie di donne che sarà difficile dimenticare; molto belle anche gli altri testi drammaturgici Perthus di Jean-Marie Besset al Caio Melisso e La seconde surprise de l’amour, una rivisitazione modernissima del testo di Marivaux, di “come l’amore può nascere dall’incontro di due dolori”, strepitosi gli interpreti tutti, regia di Luc Bondy.
Della stessa bellissima pasta Valeria Bruni Tedeschi, ospite dell’articolato e ricco programma della sezione Cinema di questo Festival (diretta da Nicoletta Ercoli) che ha presentato domenica 6 luglio alla Sala Frau il suo recente film Actrices, di cui è regista, autrice e interprete, un film notevole.
È Alessandra Ferri che dirige la Sezione Danza del Festival, che ha portato qui balletti che definire la summa e il ghota della danza nel mondo, è del tutto veritiero:danzatori i migliori , coreagrafie dei grandi del balletto Antonio Gades, Maurice Bejart, Jerome Robbins, per Men Only. A mosaico of dances, il Teatro Romano ha ospitato anch’esso passi lievi di giganti, Luigi Bonino, Adrian Galia, Savion Glover, Bare Soundz, Laurent Hilaire, Manuel Legris, Gil Roman, Damian Woetzel, Alexander Zaitsev, mandando in delirio il numeroso pubblico che, nei giorni precedenti ha visto lì risuonare i canti persiani di Je t’aime de deux amour di Kudsi Erguner e il violino di Michael Galasso, tutto un mondo di suoni, immagini, parole, musiche, il meraviglioso portato in scena al Teatro Nuovo dall’opera - ballet Padmavati di Albert Roussel, che ha visto passare in scena, una messe di personaggi, canti, misteri di un Oriente del XIII sec. che Roussel “un uomo di mare anche compositore” come egli stesso amava definirsi, negli anni Venti traspose in musica, perfino un elefante e nel secondo atto una tigre hanno preso parte alla spettacolare messinscena.
Un tenero, arguto elefantino anche al Caio Melisso per L’Histoire de Babar di Francis Poulenc un’operina in musica punteggiata da oleogrammi e dalla narrazione fatta dall’attore Didier Sandre, nel mentre la musica diceva i passi di Babar l’elefantino che, privato della madre, si reca in città.
La serata Kyliàn, con Car-Men e Birth-Day al Chiostro di S. Nicolò, del coreografo Jiri Kyliàn ha costituito un altro evento di grande sperimentazione e nel contempo di grande poesia, stavolta i suoi passi e quelli dei suoi eccezionali cointerpreti sulla musica di Bizet in Car-Men in un film in bianco e nero e in Birth-Day sulla musica di Mozart, in una commistione di dal vero e in video, hanno scritto con la luce e con passi di danza inventivi e a tratti anche comici il racconto eterno della seduzione e la terribilità dell’essere stati chiamati alla vita.
Tantissimi altri gli eventi: introdotta quest’anno la sezione Idee curata da Ernesto Galli della Loggia, si è discusso di democrazie, di metamorfosi della violenza, del concetto di Patria, per quest’ultimo quattro scrittori due poeti e due prosatori si sono pronunciati, la poetessa Patrizia Cavalli nei suoi versi, ha detto della ricottina che le restituisce al contatto con il palato i pascoli di una terra che è anch’essa patria, riflettendo inoltre sulla matrice femminile di questo termine che molto spesso occulta il nodoso tronco attorcigliato del padre che è il vero origine di questo lemma su cui sarebbe bene tutti ci soffermassimo a riflettere.
Sicché un filo d’oro, di modernità, di tessitura di un’arazzo tra i più nuovi e importanti, è quello cui abbiamo assistito in questa prima settimana di questo Festival, che ha preso avvìo il 27 giugno e si conclude domenica 13 luglio e per il quale già è bello dire: io ci sono stata, tanto più che a tutti noi, presenti ma anche quelli che si dorranno di non esserci stati, questo Festival con la regia di Giorgio Ferrara, ha già saputo darci molti fecondi specchi in cui possiamo riflettere la nostra immagine e, magari, ritrarci irrobustiti nella nostra identità, istigati all’amore per il nuovo, il bello, il profondo e come nei WOOM Portraits la Mostra dei video-ritratti di Bob Wilson allestita al Palazzo Leti-Sensi, afferrare il doppio salto mortale delle fisionomie, delle posture, il più bel discorso, a nostro parere, sulle identità e la complessità del definirle da Aristotele a oggi.
Per cui rinnamorarsi di Spoleto e di questa Edizione opera del suo nuovo Direttore artistico e Presidente, il regista Giorgio Ferrara, che ha voluto e saputo, con sapienza autoriale e direi d’amore, approntare questa edizione del Rinascimento, è un tutt’uno, una renaissance che non solo prefigura un vivido futuro, ma ci coinvolge davvero tutti.

giovedì 3 luglio 2008

Progetto albatros. Volare alto

di Marta Perrotta

Raccordare tra loro le varie associazioni culturali presenti sul territorio, valorizzare i talenti, promuovere eventi culturali, curare l’immagine culturale della città. Sono questi i quattro obiettivi che il consiglio comunale di Cetraro ha affidato a una nuova figura istituita nel corso dell’ultima riunione, tenutasi lunedì pomeriggio. Si tratta del consulente per la promozione culturale, che il sindaco, Giuseppe Aieta, ha individuato nel presidente del Laboratorio Sperimentale “Giovanni Losardo”, Gaetano Bencivinni.
I primi eventi dovrebbero partire già da agosto, in maniera parallela e indipendente dal cartellone di eventi messo su dall’assessorato allo spettacolo, per poi proseguire nell’arco dell’intero anno. «Ho già in mente un progetto – ha affermato Bencivinni, entusiasta per l’incarico ricevuto che, peraltro, per sua scelta sarà completamente gratuito – L’ho chiamato “Albatros – volare alto”, un nome che vuole significare l’intenzione mia e dei miei collaboratori di fare di questa esperienza un’occasione per superare campanilismi e localismi e lavorare in nome del recupero del patrimonio storico-artistico di tutta la zona. Non immagino Cetraro come una città culturalmente chiusa ma, citando l’economista Jeremy Rifkin, direi che per la promozione culturale del nostro territorio occorre “pensare globalmente e agire localmente”. In questo senso ci collegheremo, tanto per fare qualche esempio, con la Riviera dei Cedri, con Guardia Piemontese per tutto ciò che riguarda la conoscenza della cultura occitana, con Paola per quanto concerne il patrimonio legato alla figura di San Francesco e alla storia del santuario. Questi obiettivi saranno perseguiti con la collaborazione di una commissione che costituiremo e che si avvarrà di competenze diversificate e integrate. Insieme vogliamo abbattere i confini tra le discipline e dare vita a un vero e proprio rinascimento culturale che avrà come epicentro Palazzo del Trono e i suoi giardini». Per Bencivinni, Palazzo del Trono «deve diventare una galleria d’arte» mentre l’anfiteatro «deve essere immediatamente ripristinato».
In cantiere ci sono già le iniziative classiche del Laboratorio, che negli anni si sono guadagnate patrocini importanti, come il Festival dei Corti, sponsorizzato dall’Unesco e inserita nella giornata mondiale del cinema. «Cinema e teatro – ha affermato il presidente del Laboratorio Losardo – avranno una posizione di centralità. Ma sto già pensando anche a eventi musicali e alla promozione di libri». Già il prossimo 22 agosto, salvo inconvenienti, i giardini di Palazzo del Trono potrebbero ospitare la presentazione del volume di Carlo Andreoli, “Arte in Riviera”, un lavoro corredato da 250 foto a colori che, come ha scritto Bencivinni nella prefazione al volume, «offre un mosaico raffinato, una guida turistica di qualità, un vademecum prezioso per vacanzieri e per residenti distratti».( Gazzetta del Sud 3 luglio 2008)

lunedì 30 giugno 2008

Oggetti d’arte nelle chiese del Tirreno Cosentino

di Carlo Andreoli


A conclusione di questi nostri appuntamenti, vorrei affrontare oggi un argomento che completa il panorama dei beni d’arte del Tirreno Cosentino sotto un aspetto marginale ma pur sempre interessante: ed è quello degli oggetti d’arte presenti, a vario titolo, nelle nostre chiese.
Ad Aieta, per esempio, nella Chiesa di S. Maria della Visitazione, tra tante opere d’arte di valore, si trova un tabernacolo marmoreo d’arte toscana del ‘500 che, nelle sue ridotte dimensioni, rivela il gusto della prospettiva e del decoro plastico che fu proprio di quei tempi della Rinascenza. E ad Orsomarso, nella Chiesa del Salvatore, si conserva un piatto in rame d’arte tedesca del ‘400 che, recando sopra il fondo un’incisione di “S. Giorgio che uccide il drago”, ne fa un cimelio alquanto raro. Un complemento d’arte tipico di molte chiese antiche sono poi le sepolture. Ed a S. Maria dei Fiori di Cirella, ne abbiamo un saggio interessante nei monumenti funerari della famiglia ducale Catalano Gonzaga. Mentre, a Diamante, nella Chiesa dell’Immacolata, si presenta di pregevole fattura un capitello, che sorregge il fonte del battesimo, che è un lavoro secentesco derivante dalla chiesa antica di S. Nicola. Una sezione ricca del patrimonio delle chiese è data spesso dagli arredi sacri che, tra argenti ori e tessuti, formano un aspetto assai notevole del panorama d’arte e del gusto concorrente. La Chiesa di S. Benedetto di Cetraro dispone, in questo campo, d’una serie d’oggetti, appartenenti al ‘tesoro’ parrocchiale, che si mostrano preziosi e raffinati. Basti citare un bastone pastorale, in oro e pietre verdi, finemenente decorato; una pisside con ghirlanda di rubini ovvero, tra i tessuti, una pianeta damascata in filigrana d’oro che forma tralci e pampini di vite. Un pezzo d’arte d’assoluta eleganza fa parte pure del corredo della Chiesa del Rifugio d’Acquappesa. Si tratta d’un ostensorio a raggera che ha, nel nodo, un pellicano che si squarcia il petto per nutrire i propri figli: simbolo mistico del sacrificio di Cristo per la redenzione dell’umanità dal peccato originale. Un tipo di devozione popolare assai diffuso è poi quello degli ex-voto che prende spesso forme d’un’arte genuina e delicata. Come accade nella Chiesa del Suffragio a Fuscaldo, dove una serie di ricami ottocenteschi propone temi biblici con candida invenzione, formando prova suggestiva d’un’arte tutta domestica. Il sacramento della Penitenza trova nella confessione il suo momento culminante. E la confessione s’esercitava un tempo in discreti vani lignei che raggiungevano talora dignitosa forma d’arte. Nella Chiesa dell’Immacolata di Paola è, ad esempio, un confessionale con intarsi del ‘700 che dispone d’un accogliente vano anche per il penitente. Mentre, sempre a Paola, un esempio unico di portale ottocentesco è quello messo in opera da Carlo Palmiero per la Chiesa di S. Giacomo: ricco d’intagli dalle forme generose che si discostano dalla tipologia corrente per formare un disegno corposo e originale. E una raccolta vera e propria d’oggetti arte per la chiesa, di buona qualità, la ritroviamo infine nella Chiesa di S. Leonardo a S. Lucido; che, essendo di proprietà d’una famiglia d’antiquari, forma una collezione raffinata di quadri d’ogni epoca, mobili e sculture.
Quanto basta per dire che le vie dell’arte non sono solo quelle delle opere maggiori e più evidenti; riuscendo l’arte a penetrare ovunque sia un artista o un artigiano che si proponga il dilettevole, oltre che l’utile.



Radio1One
(Venerdì 27 Giugno 2008)